Il compleanno
Entrando ho sentito subito quell’odore di gomma di quando andavo a ginnastica. Hanno deciso di organizzare la festa per i trenta della Moira nella vecchia palestra della scuola. Lei sostiene che sono ventisei da quattro anni, ma in paese lo sanno tutti quanti ne festeggia.
Mi chiamo Fausto, sono nato qui, vivo qui e frequento ogni tipo di avvenimento mondano si organizzi nel raggio di sessanta chilometri. Ci arrivo con qualunque mezzo, anche a piedi se necessario, sopratutto nei rientri quando si alza il gomito oltre misura. La mia vita è qui tra le montagne, boschi, ruscelli e prati.
All’ingresso c’è un tappeto marrone con sopra scritto “Benvenuti” e un mazzo di palloncini colorati legati alla porta. Al bancone del bar, allestito con tre tavole di legno e un po’ di mattoni a sostenerlo, ci sono già i recidivi. Quelli che vanno alle feste solo per bere, non si staccano mai dal banco e quando sono pieni li buttano fuori.
Franco, il cugino del Sindaco, quello coi baffi, ha preso in gestione la vecchia palestra da un paio d’anni e ci ha improvvisato un locale per le feste, con tanto di musica e palchetto. Qui si fa di tutto. Polente, sagre della salsiccia al pepe, il mercato dei formaggi di fossa, feste di compleanno e sopratutto si beve e si beve anche molto. Ogni evento è buono per portarci qualche anima, anche dai paesi vicini che dopo giornate intere trascorse a segare legna nei boschi hanno bisogno di svago.
La Moira è sempre fuori misura, quando ti abbraccia sembra che ti voglia stritolare. Lei è la festeggiata. Grande, abbondante, colorata. Ci siamo salutati con gli occhi da lontano, ma è presa dai preparativi e non ha tempo per nessuno. Questa volta le ho portato una sciarpa di lino comprata in città, ben piegata, confezionata, col fiocco rosso. Spero solo di non rimediare un pugno nello stomaco come l’anno scorso per quello che avevo scritto nel biglietto.
Raccontami di quella volta che lo hai steso
Eravamo in palestra alle medie, giusto per inquadrare la situazione. Le flessioni sapevano di gomma e quando ti appoggiavi al pavimento, sulla faccia ti rimaneva stampata la trama del cloruro di polivinile. Quell’odore di verruche e gomma te lo trascinavi nel naso per un paio d’ore, fino alla porta di casa. Ricordo che portavamo tutti una maglietta bianca e dei pantaloni blu Cipputi di cotone elastico o almeno credo fossero elastici, cedevano così tanto che dopo averli lavati ci volevano un paio di bretelle per portarli. Vestiti allo stesso modo, in piedi o piegati, facevamo sforzi sovrumani con un unico desiderio: i quindici minuti di pallone concessi alla fine. Alla fine il momento arriva sempre. Prendo la palla tra le mani, non quella leggera, quella medica piena di sabbia. Credo pesasse cinque chili o qualcosa del genere. “Prendi”, gli dico. Non fa a tempo a girarsi del tutto che gliela lancio, così forte da stenderlo a terra. Da quel momento sono stati dolori. Ripresi i sensi, mi ha inseguito per venti minuti di corsa fuori dalla palestra, poi l’ho seminato. Era l’ultima ora di lezione delle medie, non l’ho mai più incontrato. Ancora oggi non me la sento di chiedergli scusa, sebbene mi abbia regalato uno dei momenti di vita scolastica più emozionanti.

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