Venerdì sera, aperitivo.
L’appuntamento alcolico del venerdì riprende con rinnovata verve, l’ho saltato un paio di volte e ora ne sento la mancanza. Il Caffè Rossini lo considero una piccola zona franca, dove può capitare tutto e il contrario di tutto. Si beve, si ride, si ride anche forte e si raccontano i fatti personali che sono accaduti durante la settimana, le cose più esilaranti, quelle rilassate che altrimenti sarebbero passate inosservate e anche qualche merda pestata. In tre parole: piacevole, liberatorio e rilassante. Ora scappo che sono in ritardo, stasera mi trovi lì. Una weiss media, grazie.
Bevi consapevolmente e se hai bevuto troppo non metterti alla guida.
Sempre caro mi fu, questo scarafaggio
Sto diligentemente riordinando le poesie scritte a partire dal 2003, ce ne sono per tutti i gusti. Alcune non so nemmeno se chiamarle poesie, tipo quelle sugli scarafaggi, spedite anche al concorso “InediTO – Premio Letterario” e subito eliminate, quell’anno vinse una poesia che declamava il sorgere del sole tra le colline e le parole d’amore di un lui per una lei. Forse hanno preso quell’ode agli scarafaggi come una provocazione e forse, a rivederla ora, lo era. Però povere bestiole, sono animali così dolci e nessuno li aveva mai presi inconsiderazione da dedicargli una poesia, lo sentivo come un atto dovuto. Una volta sistemate tutte le poesie al giusto posto, trovato un titolo, una copertina e infilato l’indice al fondo delle pagine, lo pubblicherò. Sia chiaro, chi mi legge non è obbligato a comperare nulla, lo scrivo qui solo per rendere l’uscita del libricino più impegnativa per me e più ufficiale per tutti.
Mangia che ti fa bene
Da un paio di giorni sono a casa con la febbre, male di stagione dicono, e per rendere il soggiorno a letto meno noioso, mi diverto in piccoli passatempi che chiamerò allucinazioni, il ragno è in camera e ignora il medico.
Allucinazioni consiste nel bere uno sciroppo dagli effetti psichedelici che dopo i primi 20ml porta ad accorgersi che il soffitto è cambiato di colore e ha iniziato lentamente a restringersi: i quattro angoli si sono avvicinati fino a pinzare il lampadario che stava al centro. A distanza di quarantottore, il soffitto è ancora chiuso sul lampadario e le pareti sono di colore verde muschio, lunedì telefono al muratore e prendo un appuntamento per ripristinare il soffitto com’era. Il verde tutto sommato ci può anche stare, dicono sia riposante e poi era da un po’ che volevo togliere quel bianco da ospedale.
Il ragno è in camera consiste nel fare entrare nella stanza da letto quel mostro peloso a otto zampe conosciuto in estate. Soggiorna per lungo tempo nel pertugio delle chiavi vicino alla porta, non dovrebbe essere difficile convincerlo ad entrare in un barattolo per poi liberarlo sotto al letto e rendere le notti più interessanti e avventurose. Magari se vede il verde muschio mi può anche dare un parere sugli accostamenti per lo smalto del battiscopa.
Ignora il medico è uno dei miei passatempi preferiti. Ora che scrivo la febbre è scesa, è durata un paio di giorni e poi è scesa. Mai stata sopra i trentotto e cinque, ma se avessi dato ascolto a tutti quelli che mi hanno dato un consiglio medico a quest’ora sarei sepolto sotto terra.
Devi bere questo sciroppo blu che mi ha fatto tanto bene, mangia le aspirine che guarisci, prendi la tachipirina che ti fa bene, io mi sono curato con queste e alla sera stavo già meglio. Leggo Brufen sulla confezione e mi viene in mente quella volta che mia nonna me ne diede mezza pastiglia e per qualche ora persi completamente la sensibilità degli arti. Mi infliggevo pugni decisi sul dorso delle mani e non sentivo nulla. Poi altre cose, anche una specie di rituale pagano da fare con l’aerosol e i lumini dell’IKEA.
Dire sempre Si, lo terrò in conto, certo, proverò, grazie per il consiglio, ma agire responsabilmente secondo coscienza, perché ricorda, la grossa parte delle medicine serve a guarire una malattia e a farne venire un’altra, se curassero davvero sarebbero dei fessi a venderle, non si ammalerebbe più nessuno e poi chi gliele comprerebbe? Comunque, mi sono ricordato di un antico rimedio di montagna e la sera ho versato in una tazza da cappuccino due dita di miele, due di grappa di ginepro, due di latte bollente e me lo sono bevuto caldo per una, due, ma anche tre volte al giorno, è un ottimo espettorante e calmante per la tosse. Ora va molto meglio, ma il ragno non lo trovo e quello stronzetto non mi ha neanche consigliato lo smalto del battiscopa.
Gli animali hanno sempre ragione
Se dovessi scegliere di vivere il resto della mia vita con una persona o con un animale, su un’isola deserta del Pacifico, a meno che non si tratti di una ballerina devota e senza parola nonchè chef a cinque stelle con attrezzatura e alimenti, credo che sceglierei di viverla con un animale. Un gatto, un cane, una lucertola, non so ancora. Mi sento poco sociale in questi giorni, distaccato dagli eventi, da tutte quelle parole inutili e prive di sostanza che siamo costretti ad ascoltare ovunque. I convenevoli li detesto, a casa tutto bene? È da tanto che non ci si vede. Ti sei sposato? Hai dei figli? Come va il lavoro? Questi sono tempi difficili per tutti. Al primo che mi dice ancora una cosa del genere o come va o come stai, fa proprio freddo, ma per il fine settimana è previsto un miglioramento, oggi gli arriva un pugno in mezzo agli occhi.
Considerazioni sulla vita
Mentre ritagliavo le bamboline di carta colorata nel mio piccolo stanzino buio, ritaglia prima e ritaglia poi, è precipitato un pensiero che mi ha interrotto: quanto vive un essere? Vive per tutta la durata del suo corpo vivente o per il tempo che il suo corpo e i suoi pensieri sono ricordati? In questo secondo caso, dopo morto, vivrò ancora per un massimo di dodici mesi, giusto il tempo della durata di un dominio registrato. E tutti questi appunti si scioglieranno, come burro nella polenta 1.
- Ovviamente faccio il verso a questo capolavoro <–
Da leccarsi (i baffi)
Per questa sera ti ho preparato delle vere leccornie. La tavola è apparecchiata, le luci sono soffuse, la musica e quella giusta e il menù strabilia. Come antipasto c’è la carta colorata strappata a mano su un letto di foglie, quella che ti piace tanto. Di primo ti ho fatto i tagliolini di fili d’erba con salsa di fango, di secondo le polpette di terra con sabbia e pietre rosse. Come contorno, i tappi saltati e i cocci di vetro colorato. Il dolce è una sorpresa. Ti aspetto alle otto, mi raccomando, che le foglie si freddano.
Seminario
Qualche settimana fa, prima delle feste, sono andato a seguire un seminario che si proponeva di insegnare a scrivere un’autobiografia in chiave comica. Un piccolo corso, non so neanche se si possa chiamare così, visto che si è trattato solo di un paio di giornate. Mi ha tirato in mezzo un amico, io neanche ci volevo andare. Gliel’ho detto a quelli del corso, quando mi hanno domandato il motivo per cui ero lì: “Sono qui solo perché mi ha iscritto lui”, indicandolo col dito.
Qualche giorno prima mi chiama al telefono e mi dice: “Sai, c’è un corso. Un seminario per imparare a scrivere biografie comiche. Ci iscriviamo? Può essere interessante”. Non so, quando me lo ha detto non gli ho risposto subito. Devo avergli detto qualcosa tipo: “Interessante, ci penso”. Poi mi son detto, perché no? In fondo è un’esperienza anche quella. Nel bene o nel male, è un’occasione per mettere il naso fuori e guardarsi intorno.
Non ci volevo andare. Non mi piace far ridere, non è nella mia natura far ridere. Sono cinico, spietato, crudele, idealmente violento. Mi si può attribuire di tutto, ma che faccia ridere no. Detesto i pagliacci, il circo mi mette malinconia e ascoltare i comici in tarda serata mi rattrista. Credo nella comicità involontaria, nel cinismo comico e tagliente della vita. Un funerale mi diverte, chi non riesce a suicidarsi al primo tentativo mi fa ridere, una caduta o una statuetta sulla faccia di qualcuno mi solleticano parecchio. Per tutto questo gli avrei voluto dire no e invece, gli ho detto si.
Certe volte mi sorprendo, riesco a fare ciò in cui non credo e a trovare anche una certa soddisfazione nel farlo. Il seminario alla fine si è rivelato interessante, ho seguito le lezioni, parlato, scritto, si è rivelato davvero un piacevole fine settimana. Dopo una serie di presentazioni, dialoghi ed esercizi, ci è stato assegnato il compito di provare a scrivere due pagine autobiografiche. Ognuno ha scelto un tema, ripesando alla propria storia, ai fatti significativi che gli sono accaduti, e ha iniziato a raccogliere i pensieri mettendoli nero su bianco.
“Il racconto che andate ascrivere, non deve nascere necessariamente comico”, ci è stato detto, “adesso scrivete ciò che sentite, lo rivedremo insieme in un secondo tempo e lo tradurremo in chiave comica. Non vi preoccupate”. Li ho presi alla lettera e ho incominciato a scrivere, senza pormi il problema di fare qualcosa che fosse forzatamente divertente. Rarissimo per me riuscire a comporre qualcosa a comando, ma il clima era quello giusto e lì mi sentivo a mio agio.
Una volta steso il racconto, un paio di paginette in tutto, l’ho condiviso. I commenti e le reazioni sono state unisone: “Un bel racconto, scritto bene, però è troppo triste”. “Commovente, davvero toccante”. “Chiaro, scorrevole, una storia che arriva al cuore”. “Ben scritto, ma è così triste!” La replica dell’insegnate è stata quella che ha definitivamente segato le mie piccole ali comiche.
“Il racconto in effetti non è umoristico, ma lo scopo di questo corso è anche di scoprire l’inclinazione narrativa di ognuno di voi e la tua era già nostalgica dalle prime righe. Trovo che il racconto non sia per nulla scontato. Anzi, ha una grande delicatezza e un filo di ironia che io percepisco e credo anche gli altri, un’ironia molto rispettosa del rito serale che si compie nella descrizione”.
Ecco, non è esattamente ciò che si potrebbe definire un’autobiografia in chiave comica. Neanche gli esperti del seminario hanno saputo far molto, non sono stati capaci di consigliarmi dei cambiamenti per renderla divertente. Non c’è niente da ridere e non c’è verso di cambiarla: quando qualcosa nasce triste e malinconica rimane così. Il seminario non mi è servito a nulla. Forse a nulla no. In questi giorni stiamo valutando la possibilità di andare a mangiare una pizza tutti assieme, con chi ha frequentato.
E che cavolo, mica possono nascere tutti comici!
A voce è tutta un’altra cosa
Una delle cose che mi piacciono di Maninafutura è il fatto che qui si possa terminare di esprimere un pensiero senza essere interrotti.
In un blog è così. Leggi tutto fino in fondo, ci pensi e poi lasci un commento. Positivo o negativo non importa, leggi e se lo ritieni necessario, ti esprimi. Faccia a faccia al tavolino di un caffè, orecchio a orecchio al telefono o dita a dita in chat, si rischia sempre l’interruzione e la distrazione. Non è facile ascoltare, ci vuole un certo allenamento. A volte è necessario mettere in secondo piano i propri pensieri e le idee, il tentativo di sovrapporsi ai concetti espressi dall’interlocutore è sempre forte, specie se non ti ha ascoltato.
Nel video: “You’ve got the love” di Florence and the Machine.







