Amici e altri animali

Gli amici di sempre e gli amici degli amici

Space invaders

Ogni tanto, prima di addormentarmi, infilo le mani tra il materasso e la parete che si trova alla testa del letto e passo quattro dita in quel sottile spazio di confine, tra il morbido delle lenzuola e il ruvido del muro. Ieri notte ho infilato le dita e ci ho trovato degli esseri non identificati. Sentivo che si attaccavano alle dita, che mi tiravano, che si dondolavano e saltavano da un polpastrello all’altro. Subito ho provato impressione ed ero quasi tentato di ritrarre le dita, non credevo ci fossero forme di vita nello spazio. Poi ho lasciato che comunicassero con me, così come sapevano fare. Non emettevano suoni, mi toccavano i polpastrelli in modo curioso ed era questo il loro modo di comunicare. Hanno trasmesso segnali sulle mie dita per un buon quarto d’ora, alla fine se ne sono andati, ho levato le mani da lì e mi sono addormentato.

Dinah Washington “Destination Moon

AAA Amico cercasi

Ognuno ha le sue preferenze in fatto di amicizia. Gli amici non si scelgono, non si cercano, di sicuro non si impongono e anche se la vita in alcuni casi ci prova infilandoteli tra le mani quando meno te lo aspetti, non sono storie che funzionano sul lungo periodo. Quando non si ha niente in comune, meglio tagliar corto, chiudere.

Gli amici accadono. 

Ripensandoci però, e se in questo momento decidessi di comporre qui un annuncio per un amico? Penso che lo scriverei più o meno in questi termini.

Cerco amico simpatico e di cultura che beva weiss preferibilmente il venerdì sera.

Simulacro

Stamani ho trovato il cane coricato su un fianco, gli occhi girati all’indietro e con la schiuma che gli usciva dalla bocca. Beh, non ho resistito. Mi sono diretto velocemente verso la porta di casa e l’ho lasciata socchiusa, che si vedesse bene dentro. Poi sono andato in cucina e ho preso del sodio bicarbonato, me ne sono messo in bocca una manciata e mi sono accucciato accanto al cane, girando gli occhi all’indietro e facendo uscire anch’io la schiuma di bocca. Come scherzo è stato efficace. Quando la vicina di casa è uscita, ha piantato su un urlo che l’hanno sentita anche gli inquilini della casa dirimpetto. È scesa per le scale strillando, quella scena doveva essere davvero orribile. Quando ho sentito sbattere la porta mi sono alzato, ho sputato il bicarbonato nel lavello e mi sono preparato un cappuccino. Lui si è avvicinato alla ciotola dell’acqua, ne ha bevuta mezza, si è buttato sui croccantini e ha fatto manbassa. Abbiamo un’ottima intesa, quel cane è un genio.

Per gli amici, Paolona

Da qualche settimana frequento un corso di approfondimento tecnico in lingua straniera. È interessante, siamo soltanto sei allievi, le lezioni sono articolate e bene organizzate. Ci vado a piedi perché è vicino. Ho socializzato con tutti gli iscritti e mi son trovato bene fin da subito. Con la Paolona, spacchiamo.

Paolona ha una voce che spettina, potente come non ne ho mai sentite prima. “Ti prego, quando mi parli girati di profilo perché mi mandi i capelli indietro e si aridiscono. Sono appena stato dal barbiere”. Lei ride come una forsennata e io le vado dietro a ruota. Non mi trattengo, è più forte di me. Non sono uno che riesce a nascondere e trattenere, se una situazione mi fa ridere rido e basta. Non ci penso.

Durante la lezione siamo composti e attenti, educati e precisi, ma è dopo che ci facciamo le grasse risate, al ritorno, quando si esce. Ride forte, ma proprio forte, fortissimo e mentre lo fa mi tira certi pugni sulla spalla che pare il destro di un pugile. D’accordo, lei è molto divertente e di compagnia, quello che vuoi, ma alla sera sono tutto livido e con le spalle che non girano. Ora lo sai che faccio? Mi vendico. La lascio andare avanti e mentre parla le tiro un calcio sulla schiena da mandarla a terra, così vediamo se ride ancora.

Secondo me si.

Poi magari è solo che ha dell’affetto in più e quello è il suo modo per dimostrarlo…

Martedì grasso, sedici febbraio

Questa mattina il Signor Grondone è passato a prendermi con la sua macchina verde a tre porte e siamo scesi al paese sotto. C’era ancora il ghiaccio sulla strada e la neve lungo i bordi, ma quello non andava giù mica tanto per il sottile, è uno che taglia le curve e ad ogni tornante ti fa provare l’ebrezza dell’ultimo istante di vita. Io non ci volevo andare, ma il Fausto ha insistito. Si è messo in testa che quest’anno per martedì grasso ci dobbiamo vestire assolutamente in costume, non lo abbiamo mai fatto prima. Così, tira di qua e molla di la, alla fine a fare i lavori sporchi ci finisco sempre io: mi sono alzato all’alba quando invece potevo dormire.

Arrivati al paese sotto, quelli del mercato stavano ancora montando i banchi e sistemando i teloni. Saluta uno e saluta un altro, siamo finiti al caffè. Il Signor Grondone non è uno che dà il buon esempio al bar. Con la scusa che conosce tutti, finisce sempre per offrire e farsi offrire, scivolando inevitabilmente in un giro d’alcool e aperitivi da salto del fegato.

Mi sono limitato a bere un caffè, ha insistito che lo correggessi con la grappa, ma mi sono rifiutato. Porco mondo, sono solo le sette e mezza del mattino! Il sole va tirato su a calci a quest’ora e al massimo riesco a buttar giù nello stomaco una spremuta d’arancio o del caffè. Certo, con il mio no gli ho cambiato l’umore. Sta cosa che non ho corretto il caffè quando me lo ha chiesto, lo ha fatto risvegliare col piede sbagliato. Fa niente, se una cosa mi sta in gola non la faccio, anche a costo di andare fuori moda. Che poi io sono sempre fuori moda: non è che la seguo, la anticipo.

Verso le otto c’era più luce, ma il nostro fiato si raggelava ancora a pochi centimetri dalle bocche. “Fai il tuo giro, ci vediamo più tardi” e me ne sono andato. Metto una mano in tasca, cerco bene e tiro fuori il foglietto con l’appunto che mi ha lasciato il Fausto. Due scarabocchi a spirale, una macchia d’inchiostro, un indirizzo e un nome. È poco distante, i costumi sono pronti già da ieri sera. Suono, ritiro il pacco e me ne torno in piazza, dove trovo il Signor Grondone ad attendermi.

Ha comperato le esche, ne stringe un sacchetto tra le mani, è un patito della pesca. “Passo a ritirare la focaccia” dice, “e poi si riparte”. Mentre percorriamo la strada del ritorno a trenta all’ora, ogni tanto si ferma, apre la portiera della macchina prende del pane secco da una busta e lo sparge. Lo fa perché in inverno con la neve e col gelo gli animali del bosco trovano il cibo molto più difficilmente. Il Signor Grondone ha un cuore, solo che lo nasconde molto bene.

Avrei voglia di scartare il pacco con i costumi e vedere quale diavoleria si è inventato il Fausto questa volta, ma gli ho promesso che lo avrei aspettato per scartarlo e così mi tengo la curiosità. Verso le quindici sento uno che chiama forte dalla strada, è il Fausto. “Dai sali che se ti muovi riesci a prendere il caffè”, gli dico dalla finestra. Lui oltrepassa la soglia, non faccio a tempo a dirgli come va che subito mi chiede: “Hai ritirato il pacco?” “Certo che l’ho ritirato! Eccolo lì” e indico sulla madia quel grosso pacco, confezionato con carta da pacco e con qualche pezzetto di nastro adesivo marrone che si adopera per i pacchi. A guardarlo non ci sono dubbi: è un pacco.

Non ho fatto a tempo a retrarre il dito che, con quelle due mani grosse che si ritrova, in pochi secondi aveva già scartato tutto. “Ma no, questo no. Io non me la metto una cosa del genere”. Ha tirato fuori dalla carta due vestiti da coniglio integrali, con tanto di orecchie rosa e coda a batuffolo sul dietro. “Ma te sei pazzo. No, no, io non me la metto quella roba lì”. Alle diciassette in punto eravamo giù in piazza a festeggiare e il costume non ce lo siamo tolto per tutta la sera.

Siamo andati tutto il tempo in giro vestiti da conigli, stringendo ognuno un fucile sotto braccio, questa è stata l’unica licenza che mi ha concesso.“Sai Fausto, pensavo, visto che dobbiamo fare una pagliacciata di tale portata, almeno facciamola che abbia un senso. Prendiamo un paio di fucili e portiamoli con noi, da tenere a braccetto. Il messaggio che voglio mandare è questo: se i conigli e gli animali andassero in giro armati nel bosco si combatterebbe ad armi pari e probabilmente i cacciatori non si avventurerebbero tanto allegramente tra le fronde per ucciderli”.

The Easter Bunny hates you

More e botti (Finisce che te le suono)

I viaggi finiscono, come i sogni quando ci si risveglia. I segni rimangono, quelli lasciati e quelli ricevuti. Apro una parentesi e non la chiudo, per denunciare che il Fausto mi ha costretto tutte le sere con l’inganno a correre per trenta minuti in salita dicendo che alla ventesima curva, poi diventata venticinquesima e infine trentesima, ci saremmo imbattuti in un cespuglio di dolcissime more. Cosa non vera e che tra l’altro ha messo in discussione la sua gamba, vicina all’essere spezzata. Siamo anche stati alla notte bianca in Paese e abbiamo visto i fuochi: tre botti merdosi con un principio d’incendio, prontamente spento a secchiate d’acqua raccolta alla fontana. Alla festa ho rischiato di prenderle da un villeggiante, perchè il Fausto ha il vizio di dire le cose che pensa a voce troppo alta e chi lo sente di incolpare me, fortunatamente sono riuscito a sedare i suoi pugni alzati disorientandolo con le parole, così bene che dopo pareva un agnellino. Infine, ho scoperto dove si trova il cavallo che vola: è finito col filo attorcigliato a un balcone che fa angolo, vicino alla piazza. Da lì non se ne va. Lo abbiamo guardato e abbiamo sorriso: “Ecco dov’è finito il cavallo!” Dopo siamo andati a mangiare un piatto di strozzapreti con la salsiccia, passami il vino grazie.

I referenti di maggio 2009

Una volta al mese vado a dare un’occhiata alle statistiche del blog, curo un poco la forma delle pagine, faccio qualche ritocco tecnico e cose di questo genere. Oggi, mentre sfogliavo i referers di questo mese, ovvero le fonti da cui i lettori sono arrivati qui su Maninafutura.com, mi sono reso conto che c’è un bel movimento di teste e di occhi su queste pagine. Alcuni commentano, altri leggono e passano. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”1.

Questo naturalmente non cambierà nulla nei ritmi e nei contenuti delle cose che scrivo, resterò sempre quel bastardo strappacuori che hai conosciuto alla bottega giù all’angolo, quello che ti ha superato alla gara di nuoto in piscina, che ha fatto cadere in terra il gelato due gusti quando ti ha vista, che si è fermato per farti passare quando eri sulle striscie pedonali o che ha ripreso la ragazzina che gettava la carta in terra quando il cestino era lì a un metro dalla sua mano, con i suoi pregi e con i suoi difetti che in parte ami e che in parte detesti, com’è giusto che sia.

Mi son detto, perchè non dedichi un po’ di spazio e promuovi questi bellissimi et vivacissimi siti che trasportano lettori e nuovi amici qui su Maninafutura? E così ho pensato di pubblicare ogni trenta giorni, più o meno verso la fine di ogni mese, un elenco dei 10 siti internet o blogs che fanno più reclame a ciò che scrivo, permettendomi di conoscere  nuovi lettori e amici. In ordine di traffico, ecco l’elenco del mese di maggio 2009.

availableinblue
luieleiattraverso
lindalov
zombiepensieri
scrittiapocrifi
aurea
lapupachasonno
mardin
ioholemiefavoleetulastoriatua
pioggiablu

  1. Dante Alighieri – Inferno, Canto III, verso 51

Piccole ali trasparenti

Mosche, tante mosche. Nere, blu e anche bianche. Grandi, piccole. Gli altri collezionano farfalle, io mosche. Scrivo poesie sulle mosche, le declamo, le osservo mentre svolazzano, le raccolgo e le depongo. Le allevo con cura, come farebbe una madre, una madre delle mosche. Fanno schifo, le mosche, ma hanno due piccole ali trasparenti. Le Signorine non cascano mai involontariamente nel tranello delle mosche, ma nemmeno in quello delle farfalle, tra le mie braccia si.

Animalia

Animalia

Questa mattina sono andato a correre.

Era da un po’ che mi dicevo devi correre, muoverti, condurre una vita meno sedentaria, di questo passo ti si atrofizzano anche le cellule nel cervello, finisce che ritorni a vedere le cose strane, a fare quei sogni incomprensibili a occhi aperti e a sentire le vocine. Scherzo, le vocine nella testa non le ho mai sentite, era per enfatizzare. Un giro di telefonate a Coniglio e Maiale e poi dentro alla tuta rossa di cotone, quella più spessa.

Mentre m’infilavo i pantaloni, mi sono guardato per qualche minuto le doppie righe bianche lungo i fianchi. Ho notato che sono di un cotone più liscio, quasi seta. Mi piace toccarle a due dita, passare due polpastrelli sul morbido, su e giù lungo i fianchi.

Infilati. Poi, la felpa col cappuccio. Rossa anche quella, con due righe bianche lungo le maniche che riprendono quelle che ho già visto sui pantaloni. Non so come si chiami, credo sia di marca, ma non è importante adesso.

Ho girato per un bel quarto d’ora in casa, a piedi scalzi, in tuta e con il cappuccio che mi copriva la testa. Camminare a piedi scalzi sui sassolini del pavimento in soggiorno mi diverte. Ho preso le chiavi, ho chiuso la porta e sono sceso in strada così.

Sotto c’erano già ad aspettarmi l’amico Coniglio col fucile da caccia sotto zampa e l’amico Maiale in tenuta sportiva. Ci facciamo delle piacevoli chiacchierate insieme, sono di compagnia. Ricordo i lunghi pomeriggi di sole trascorsi insieme, sorseggiando acqua calda e infusi alle erbe. Siamo molto diversi tra noi, forse è per questo che andiamo d’accordo. Nella diversità c’è scambio, interesse, novità ed esperienze che si intrecciano e si districano.

L’amico  Maiale era fuggito qualche tempo fa, così mi ha raccontato, da uno di quei camion che si vedono passare ogni tanto lungo l’autostrada, dalla stalla al macello, in cui i passeggeri sono molto costretti, non viene loro offerto alcun dissetante e ognuno annusa il culo di quello che lo precede. Per una distrazione del conducente è riuscito ad allontanarsi dal viaggio della morte, ha avuto fortuna. Ora lavora in giacca e cravatta per una nota azienda di prodotti cosmetici per la cura del corpo.

L’amico Coniglio arriva da un piccolo bosco di collina, la sua storia è presto raccontata. Una domenica, mentre si trovava nei pressi di una quercia a cercar da mangiare, si è sentito sfiorare da una pallottola che gli è passata fischiando e a gran velocità esattamente vicino all’orecchio. Si è girato di scatto e ha visto l’ombra di un grosso uomo venirgli in contro, era come paralizzato e si sentiva finito. Beh, da non crederci. Il cacciatore goffo e col fucile in pugno, nella frenetica corsa ha inciampato, forse in un ramo o in una buca, e si è piantato un colpo in faccia. Coniglio ha raccolto il fucile e da quel giorno non esce più senza, anche quando ci si dà appuntamento per la corsa.

Vuoi un giornale?

Ieri sono stata dalla Betta. Lavora in un piccolo negozio con una piccola vetrina che si affaccia su una strada che attraversa la via principale. Ci sono tre poltroncine rosse di quelle girevoli, tre lavandini e tre specchi. Sulle pareti di colore arancio, in un angolo, due quadretti con i disegni che hanno fatto le sue due figlie. Le cornici sono inguardabili. Alle spalle delle poltroncine rosse c’è un divano a quattro posti con i bordi dorati. Il pavimento è in legno, non troppo scuro, di quelli a listoni larghi, forse di recupero. Una pila di riviste appoggiata sul pavimento che sarà alta più di un metro, molte luci e dietro al divano uno specchio rettangolare e grande che si estende da un appoggia braccio all’altro. Betta dice che in alcuni periodi dell’anno le persone vanno di meno dalla parrucchiera e che però da lei c’è sempre gente. E’ anche vero, per obiettività, che alcune delle signore che stanno sedute in negozio, nel tempo, sono diventate parte dell’arredamento, ma in generale c’è un bel movimento di gambe e di capelli da queste parti. Questo odore di lacca mi trafigge, possibile che debbano parlare tutte assieme?

Asciugacapelli

A che cosa stavi pensando?
No, niente Betta. Osservavo e pensavo per mio conto.
Allora vieni qui e siediti. Come li facciamo?
Li sistemiamo come la settimana passata?
Si.
Vuoi un giornale?
Si.