Io c’ero. Cronaca di un pomeriggio di fine primavera e di censura a Torino.

La mattina è cominciata con molti buoni propositi ed entusiasmo, nonostante l’aver ricevuto la comunicazione che il Questore della Provincia di Torino aveva autorizzato la pedalata in bicicletta senza un’esposizione totale, saremmo potuti andare tutti in bicicletta lungo il percorso prestabilito, ma coperti di costume da bagno.

Mi sono trovato con gli amici attorno all’una e mezza, in uno dei punti del Comune di Torino dove si noleggiano le bici. La Signora che ce le ha affittate è stata davvero molto gentile e simpatica. Ci volevamo spogliare lì sul posto ancora prima di salire in bici, glielo abbiamo anche proposto per scherzo, spiegandole che di lì a poco saremmo andati tutti alla manifestazione Ciclonudista.

Con un sorriso ci ha fatto intendere che forse cambiarsi in strada non sarebbe stato conveniente, che saremmo stati passibili di sanzioni: “Sapete ragazzi, nei giardini potrebbero anche passare delle persone un po’ bigotte, anziani o genitori con i bambini, che si potrebbero scandalizzare e vi potrebbero denunciare”. Dopo aver lasciato le generalità per il noleggio, abbiamo salutato la Signora e ci siamo messi a pedalare verso il Parco del Valentino.

Strada facendo abbiamo fatto anche una tappa enogastronomica, ci siamo rifocillati, dissetati e infine siamo ripartiti verso il luogo deputato alla partenza del giro della Ciclonudista. Sul versante del Parco che si affaccia verso Corso Vittorio Emanuele incominciamo a vedere qualche camionetta della Polizia, parcheggiata nell’Esedra che si trova attorno a quello che io chiamo l’Archetto del Trionfetto, ovvero l’Arco Monumentale all’Arma di Artiglieria, mentre alcuni Poliziotti Municipali dirigevano il traffico all’incrocio.

Superato il blocco delle Forze dell’Ordine, si è presentato davanti ai nostri occhi un Parco del Valentino del tutto nuovo e colorato. Davvero bello, da vedere e da vivere. Il fatto di entrare a fare parte di quel gruppo fortunato di persone che avevano scelto di partecipare ad una manifestazione per l’ambiente e la libertà, era ingrediente sufficiente a rendere felici.

Dopo aver parcheggiato le biciclette da un lato, ci siamo addentrati. Un paio di modelle con parrucca fucsia e verde stavano posando per i fotografi, in un gazebo bianco i body painters coloravano chi lo desiderava e su tutto il prato della collina, sparsi ovunque, si potevano notare biciclette e persone che si preparavano, coloravano e agghindavano a festa. Qualcuno aveva confuso l’evento per il matedì grasso, come una ragazza dipinta da wonder woman o una banda di tizi con i parrucconi afro, ma fa niente, ammessi tutti anche chi ha frainteso il senso dell’iniziativa.

Ci siamo liberati del superfluo, aiutati anche dagli amici dell’ANITA (Associazione Naturista ITAliana) che ci hanno lasciato utilizzare i loro colori naturali. Avevano preparato una pasta colorata utilizzando una base di crema emolliente, della farina come legante e dei pigmenti naturali per colorarla. Ci hanno assicurato che sarebbe stato sufficiente lavarsi con un po’ d’acqua e sapone e sarebbe andato via tutto, infatti così è stato. Pelle morbida e vellutata.

Un folto gruppo di fotografi si aggirava tra i partecipanti che si stavano preparando e dipingendo. Qualcuno chiedeva se poteva scattare la foto e qualcun altro la scattava senza chiedere il permesso. Uno l’ho avvisato dicendogli che se una mia foto fosse stata pubblicata da qualche parte, gli avrei fatto causa per lesione della privacy. “Questo è il mio avvocato”, gli ho detto. Non vado mai in giro per eventi senza avvocato, oltre ad essere una categoria di lavoratori interessante, socievole e di buona compagnia, in talune situazioni può rivelarsi anche un’ottima ancora di salvezza.

Saliamo tutti in bici e si parte, siamo posizionati nella seconda metà del gruppo. Dal Parco del Valentino ci immettiamo in Corso Cairoli, sul fianco del fiume Po, lentamente, passando attraverso un pubblico posizionato lungo i due marciapiedi che osserva e scatta fotografie ricordo.

Io indosso un paio di sandali neri, aperti ed estivi, delle bellissime mutande celesti con i bordi blu, due ics in nastro nero sui capezzoli, per indicare il fatto che siamo stati censurati, e la scritta NO CENSURE, in color terra di Siena, disegnata sulla schiena. Niente parrucca, niente carnevalata, niente disegni, ma un messaggio chiaro e semplice. Ci ho messo la faccia, perché credo nella salvaguardia dell’ambiente e nella tutela della libertà individuale dai poteri forti.

Abbiamo attraversato Piazza Vittorio Veneto per lungo e ci siamo immessi in via Po. All’inizio della via c’è stata la prima sosta. Ho pensato che qualche provocatore si fosse posizionato davanti al corteo per ostacolarne il tragitto, ero nella seconda metà e non potevo vedere ciò che accadeva. Le persone erano davvero molte.

Secondo isolato della via e seconda sosta. Per ingannare l’attesa, ma sopratutto in preda alla sete, uno degli amici ha rotto le righe ed è entrato in mutande in un bar chiedendo una bottiglietta d’acqua naturale. Rientrato, qualche secondo e siamo ripartiti.

Terzo isolato di via Po e terza tappa. Il cielo coperto, il rischio di farsi male ogni volta che ci si fermava in blocco, la politicizzazione dell’evento, i giornalisti servi, i partecipanti mascherati da carnevale, quelli a volto coperto, abbiamo avuto una visione di gruppo e tutto si è concretizzato in modo chiaro.

Che cosa ci facevamo lì? Perché siamo scesi ad un compromesso che ci ha lasciati in mutande? Perché le persone stavano a guardare, invece di entrare a far parte della manifestazione pacifica? Perché la festa si è trasformata in una sceneggiata politica? Perché il rumore? Perché il silenzio. In quell’istante abbiamo preso coscienza del fatto che qualche cosa non era andata come la si attendeva, i manifestanti avevano perduto la loro verginità morale.

Siamo usciti dal corteo all’ennesima sosta, all’ultimo isolato di via Po, prima di arrivare in Piazza Castello. Ci siamo rivestiti in via Giovanni Virginio, in silenzio, accanto al Commissariato di Polizia, siamo risaliti in sella e, con l’amaro in bocca, ci siamo diretti verso Signora che ci ha affittato le bici. Poi, ha iniziato a piovere.

Ho scattato moltissime foto, ne ho una serie sui fotografi dell’evento che è davvero inetressante. Perchè mi sono chiesto, ma i fotografi, chi li fotografa?

8 risposte a Io c’ero. Cronaca di un pomeriggio di fine primavera e di censura a Torino.

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