È inutile che ci provi, Pirla

Lei è attrazione inconscia, oltre alla schiuma che sta sulla birra e agli incontri agitati che ci portano una sera ogni tanto a trovarci in uno dei peggiori, si fa per dire, caffè della città. Che sia il peggiore nei fatti non è vero. Ce ne sarebbe uno che non cito per discrezione, in cui i miei due fratelli bastardi cercano sempre di portarmi, ma io resisto, dunque esisto. In ogni caso, che sia il peggiore lo dico solo perché lo hanno scritto in una locandina che sta appesa all’interno del locale, pertanto la si prenda come una citazione e non come un giudizio personale.

Lei se ne sta lì seduta a godere di qualche istante di pace, libera da pensieri, dolce come il polline sulle zampe delle api. Il semplice guardarla fa stare bene. Come quando vai al cinema e ti attendi che il film sia esattamente come hai letto nella critica o come ti hanno raccontato, poi il film si rivela esattamente così e non ti delude. Ha la capacità di far parte di un luogo che non sarebbe lo stesso senza.

Eravamo già al rum e probabilmente alcuni dettagli potranno risultare anche sfocati, ma l’arroganza e la convinzione con cui quel paio di occhiali con attaccato un tizio le si sono avvicinati, mi ha fatto distogliere il dito da una briciola sul tavolo e l’attenzione dalle parole del compagno di racconti.

È stato inopportuno. Tutto, la sua presenza, il suo ingresso. Come se qualcuno avesse spalmato volutamente del gelato al pistacchio su una parete color crema. Lo sanno tutti che la crema non va d’accordo col pistacchio. Solo per questo avrebbe meritato la morte. L’ha attaccata con un primordiale tentativo di abbordaggio, una cosa orribile, disdicevole, da coprirsi gli occhi. Non poteva trattarsi che di un rudimentale tentativo di approccio, poi la mia premonizione si è rivelata un fatto.

“Ciao, ne vuoi?” E le mette sotto al naso un bicchiere con un liquido opaco e biancastro, ovviamente ordinato in paio. Così, senza nemmeno chiederle. “No grazie, sono a posto”. Risponde Lei, decisa ma gentile, com’è nei suoi modi. Il chiaro segnale che per gli occhiali col tizio attaccato la strada era chiusa, sbarrata, piena di spine e tutta in salita.

Ma nulla da fare, il messaggio dev’essere stato arginato dagli occhiali. Non è proprio arrivato alle orecchie e figuriamoci nella testa: continuava a cercare spunti per un’improbabile conversazione. Ha cercato di approcciarla da ogni lato, si spostava veloce e impacciato come una faina in calore, però con gli occhiali. La sua arroganza, la bava che gli usciva dalla bocca, quella testa enorme, rendevano tutto mostruosamente ripugnante. Incredibile, impossibile, eppure così vero.

Abbiamo resistito, interiorizzato, forse anche somatizzato un poco, ma ad un certo punto non ce la abbiamo più fatta. Inutile, gli abbiamo dato una sgabellata sulla testa e lui è cascato a terra disteso. Lo abbiamo trascinato fuori per le caviglie, fino all’altra parte della strada, e alla fine lo abbiamo rovesciato nel fiume. Deve aver galleggiato ancora per una cinquantina di metri, poi è andato giù. Pirla lui e i suoi occhiali. Dai, rientriamo che il prossimo giro te lo offro io.

Titolo e ispirazione del racconto sono nati e cresciuti durante un aperitivo insieme a www.canemacchina.com, due punti di osservazione su una situazione infame.

18 risposte a È inutile che ci provi, Pirla

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