Buon viaggio

Bene, ho metabolizzato. A distanza di più di un mese, sento che posso raccontare del mio ultimo viaggio in treno con una visione e un sentimento più distaccati, senza farmi prendere lo stomaco da emozioni di rabbia o farmi assalire da un sano desiderio di vendetta.

Partenza alle sette di mattina. Colazione calda con un cornetto, un cappuccino e una spremuta. Le vitamine fanno bene, sopratutto in inverno. Infilo i panini nella busta e mi procuro una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo che porterò a mano per un po’ di tempo e poi spingerò a fatica nello zaino pieno di camice e maglioni caldi.

Strada ghiacciata e fiocchi di neve che scendono a bizzeffe accompagnano la macchina durante il tragitto abitazione-stazione. Ma tutta questa neve, non potrebbe essere intelligente? C’è il semaforo intelligente, la macchina intelligente, il computer intelligente. L’unica ad esser scema è la neve. Potrebbe fare anche lei il grande passo e incominciare a cadere dappertutto fuorché sulle strade. É così bella da vedere la neve quando te ne stai in poltrona a leggere e ogni tanto la osservi cadere, attraverso la finestra. Mi piace anche quel sonoro crunc crunc che fa quando ci cammini sopra di mattina, in tutta la sua purezza, ed è ancora incontaminata e bianca.

Neve a parte, arrivo alla stazione. Mi informo sui ritardi e salgo sul primo treno disponibile. Due ore e mezza di viaggio per un tragitto che normalmente si percorre con un’ora d’auto. Ero preparato. Sul treno mi sono portato da leggere, da scrivere e in borsa devo aver anche messo una barretta di cioccolato, per far fronte ai tempi duri, sicuro che ci sarebbero stati.

Giunto alla stazione della vicina provincia mi son messo comodo, in modo da poter tenere d’occhio il tabellone dei ritardi. Quaranta o cinquanta minuti erano la regola. Qualcuno, anche con quattro o cinque ore di ritardo e qualcun altro non sarebbe mai arrivato.

La cosa che ti apre gli occhi su quanto le Ferrovie dello Stato siano governate da incapaci è il semplice fatto che alcuni dei treni in ritardo partivano già in ritardo. Non occorre essere degli scienziati per capire che se un treno parte in ritardo avrà più probabilità di arrivare in ritardo, ma è così che funziona. Il treno con prenotazione arriva in stazione con un ora di ritardo, tutto sommato un buon tempo rispetto alla media, e con quattro carrozze senza riscaldamento: io ero su una di quelle.

Mentre cerco il posto prenotato, mi accorgo che i passeggeri sono tutti coperti da cappotti pesanti, guanti e sciarpe fino alla bocca. Rannicchiati, pallidi, alcuni sembrano in preghiera. Avevano sguardi rassegnati, persi, in attesa di notizie: temevano la degenerazione che poi nei fatti c’è stata.

Il treno arriva alla Stazione Centrale con due ore e mezza di ritardo. Anche qui, tempi nella media. In fondo ai binari mi immetto in una folla di persone in attesa, tutti con gli occhi rivolti verso l’alto a seguire gli andamenti sui tabelloni. Erano tutti irrequieti e agitati, mi pareva d’essere all’apertura della Borsa di Wall Street.

Non ho mai visto così tanta gente infreddolita, demotivata e rassegnata. Il treno che devo prendere io, non è ancora arrivato. Ad un certo punto si sente una voce che restituisce un filo di speranza a tutti quei viaggiatori che, come me, sono diretti a casa: “Probabilmente arriva il treno precedente con tre ore di ritardo”. Dopo mezz’ora, dall’altoparlante si sente dire che il treno è in attesa di partire al binario numero due, le persone si spostano in massa. Le persone che sarebbero dovute salire sui tre o quattro treni precedenti che non sono mai arrivati, quelle che avevano un regolare biglietto, con una regolare prenotazione.

Dopo una mezz’ora di attesa si aprono le porte, non tutte però, perchè un terzo delle porte è guasto. Ordinatamente, entriamo. Prendiamo posto e per la maggior parte ci sitemiamo in piedi. I passeggeri sono il doppio, forse anche il triplo di quelli che dovrebbero essere. Le facce sono schiacciate contro i finestrini, il grasso delle pance si tocca, i capelli ti finiscono inevitabilmente in faccia, le borse sbattono contro le caviglie e quasi ti manca il respiro. Siamo pressati in quei vagoni come dei maiali diretti al macello, però con un regolare biglietto.

Anche su questo treno non c’è il riscaldamento, mi sarei stupito del contrario. Poi, squilla il telefono. Cerco a fatica nella tasca e rispondo. “Ciao come va?” “Così così. Sono in Stazione Centrale, in un vagone di un treno, schiacciato come una sardina sotto sale e al freddo. Sto cercando di capire quando partirà e se partirà”. “Davvero? Io sono in città, non sono ancora partita. Se scendi da lì, prendi un mezzo e mi vieni incontro, possiamo fare il viaggio insieme.

Non aveva ancora finito la frase che ero saltato giù dal treno, striscio il biglietto e le vado in contro. Il viaggio in auto nella tempesta di neve mi mancava, ma è stato piacevole. Ho sbucciato mandarini, che fanno tanto vacanze invernali, mentre si chiacchierava al caldo e lentamente le dita dei piedi riprendevano a muoversi. Arrivo alle nove di sera.

Il giorno dopo ho saputo che quel treno su cui ero salito non è mai partito. Il problema ufficiale, a parte l’impianto elettrico e il riscaldamento guasti, è stato imputato al ghiaccio. Ascoltavo e mi domandavo: ma in Norvegia e in Finlandia i treni viaggiano solo in estate? No, funzionano sempre, anche a temperature inferiori ai trenta gradi sotto zero e con più di quindici centimetri di neve. I treni finlandesi, dai tre ai cinque giorni all’anno, quando le temperature sono veramente estreme e la neve è molto alta, su tratte di ottocento, mille chilometri, possono arrivare ad accumulare dei ritardi fino a cinque minuti. Qui da noi, in qualunque stagione e fino a ventinove minuti di ritardo non ti rimborsano neanche il biglietto: lo considerano normale, è la regola.

Per completezza, riporto l’elenco dei Presidenti di Ferrovie dello Stato che negli ultimi venti anni sono stati capaci di trascinare le ferrovie italiane nella condizione attuale.

Lorenzo Necci (1989-1996)
Giancarlo Cimoli (1996-1998)
Claudio Dematté (1998-2001)
Giancarlo Cimoli (2001-2004)
Elio Catania (2004-2006)
Innocenzo Cipolletta (dal 2006)

Sono economisti, professori e managers le persone che hanno sapientemente creato il vertiginoso buco economico e tutti i disservizi con cui ora chi viaggia si trova a lottare quotidianamente. Sono gli specialisti del rischio zero, a patto che i soldi siano quelli degli altri.

10 Commenti a “Buon viaggio”

  • m:

    Nel player è possibile ascoltare “Last train home” di Pat Metheny

  • Ecco. Io aggiungo poi che fanno i frecciarossa che costano un occhio della testa. Ecco. Per dire, no.

  • e i treni finlandesi, soprattutto, sono italiani.

  • m:

    Proprio così.
    L’unica spiegazione plausibile è che i treni quando non funzionano creano dei profitti per qualcuno.

  • mich:

    pendolante, dal mio quotidiano rapporto con le patrie ferrovie, plaudo.

  • canemacchina:

    eh, ma quando c’era Lui….
    :-D

  • Anche io ho affrontato un viaggio in treno, direi lo stesso giorno.
    Milano – Reggio Emilia.

    E’ stato surreale, irritante e mi ha regalato una favolosa influenza.

    :(

  • Dai c’è anche a chi è andata peggio…
    E’ uno scempio terribile, speriamo prima o poi qualcosa cambi. Ma come si suol dire… “chi visse sperando…” e non concludo, và.

  • Dico solo che ho smesso. Con i treni ho smesso. Perche per una tratta di 100 km non ci possono volere circa 5ore. E hanno il coraggio anche di aumentare il prezzo del biglietto. Come per dire “la comodità e l’efficienza si pagano”.

  • Non per rigirare il coltello nella piaga, però: i treni norvegesi, come quelli finlandesi, funzionano a qualsiasi temperatura. Sono puliti e accoglienti, pieni di famiglie coi bambini piccoli, studenti, nonnette, militari, gente normale che legge libri o fa la calza. Non sono i treni più moderni o veloci d’Europa, e la linea è elettrificata solo fino a Trondheim, più a nord va ancora a diesel. Però, sono sempre in orario.

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