Ciò che racconto è ciò che vedo

L’unica cosa che perplime1 è il fatto che ciò che vedo lo vedo solo io. 

E’ anche in questo che sta la novità, indicando col dito una zona erogena poco nota al grande pubblico. Tutto è relativo mie care topine e topini e come diceva quel tedesco baffuto del Baden-Württemberg: l’energia totale di una particella ferma cambia a seconda del sistema che si prende come riferimento. E’ certo quindi che se in questo preciso momento mi fossi trovato a scrivere il post su un’automobile in movimento anziché qui, sul divano color fango del soggiorno2, avrei avuto certamente un’altra energia.

Parbleu! Cado, prontezza di riflessi. Anche questa volta salvo per un pelo.

  1. Il verbo perplimere, attualmente non presente in alcun vocabolario della lingua italiana, significa “essere perplesso” o “rendere perplesso”. E’ entrato a far parte della lingua parlata nei primi anni Novanta, durante la trasmissione televisiva “Avanzi”, in uno dei dialoghi tra il personaggio Rokko Smitherson, alias Corrado Guzzanti, e la conduttrice Serena Dandini. <–
  2. Non ho nessun divano color fango in soggiorno, lo dico soprattutto a chi mi vuole bene e si potrebbe preoccupare per l’azzardata scelta d’arredo <–

10 Commenti a “Ciò che racconto è ciò che vedo”

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La Neolingua

“La Neolingua era distinta da quasi tutte le altre lingue dal fatto che il suo vocabolario diventava ogni giorno più sottile invece di diventare più spesso. Ogni riduzione rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta e più limitata era la tentazione di lasciar spaziare il proprio pensiero. Si sperava, da ultimo, di far articolare il discorso nella stessa laringe, senza che si dovessero chiamare in causa i centri del cervello”.
George Orwell, 1984

"Neolingua"
un post di Scritti Apocrifi

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