More e botti (Finisce che te le suono)

I viaggi finiscono, come i sogni quando ci si risveglia. I segni rimangono, quelli lasciati e quelli ricevuti. Apro una parentesi e non la chiudo, per denunciare che il Fausto mi ha costretto tutte le sere con l’inganno a correre per trenta minuti in salita dicendo che alla ventesima curva, poi diventata venticinquesima e infine trentesima, ci saremmo imbattuti in un cespuglio di dolcissime more. Cosa non vera e che tra l’altro ha messo in discussione la sua gamba, vicina all’essere spezzata. Siamo anche stati alla notte bianca in Paese e abbiamo visto i fuochi: tre botti merdosi con un principio d’incendio, prontamente spento a secchiate d’acqua raccolta alla fontana. Alla festa ho rischiato di prenderle da un villeggiante, perchè il Fausto ha il vizio di dire le cose che pensa a voce troppo alta e chi lo sente di incolpare me, fortunatamente sono riuscito a sedare i suoi pugni alzati disorientandolo con le parole, così bene che dopo pareva un agnellino. Infine, ho scoperto dove si trova il cavallo che vola: è finito col filo attorcigliato a un balcone che fa angolo, vicino alla piazza. Da lì non se ne va. Lo abbiamo guardato e abbiamo sorriso: “Ecco dov’è finito il cavallo!” Dopo siamo andati a mangiare un piatto di strozzapreti con la salsiccia, passami il vino grazie.

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