Una morte artistica

L’altra sera sono andato ad ascoltare un concerto di musica pop in un palazzo del centro storico. Acustica orrenda, ma non fa nulla, non è di questo che volevo parlarti. Una canzone, due canzoni, tre canzoni, otto canzoni e fine. Mi sono messo indietro, vicino all’entrata: entro all’inizio ed esco alla fine, senza passare sui piedi a nessuno. Finisce il concerto e iniziano gli applausi. Mentre tutti battono le mani mi giro, ho come lo strano presentimento che stia per accadere qualcosa. Stavo già voltandomi per andare, quando ho notato un’atmosfera strana, nessuno si era alzato. Cercavano, ma non ci riuscivano. Appaludivano per una specie di riflesso condizionato mentre provavano a smettere, li vedevo, ma non ne erano più capaci. Seduti, cercavano di alzarsi, ma restavano incollati alle loro sedie. Provavano, faticavano, avrebbero voluto smettere, ma non ci riuscivano. Erano comandati da una forza che gli governava il corpo, contro la loro volontà. Io ero in piedi, più indietro e osservavo quella scena del tutto surreale. All’inizio curiosa, poi raccapricciante. Dopo quindici minuti di battimani, forse anche venti, mentre cercavano di staccare la pelle del loro culo da quelle sedie, qualcuno ha anche tentato di gridare, ma nulla, e con tutto lo sforzo possibile, da quelle bocche non usciva neanche il fiato. Le loro mani continuavano a battere incessantemente, in un tempo interminabile, sempre più forte, irreversibile. Qualcuno sanguinava, qualcun altro perdeva i sensi, in un quadro di morte artistica a cui non si poteva fare altro che assistere, travolti e allibiti, spettatori impotenti. Ho messo nelle orecchie gli auricolari dell’Ipod e ho acceso, “Amoureux solitaire” di Lio, poi me ne sono andato, lasciandomi quella scena alle spalle.

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