Prali prali e nusseno aclosta, prali coi mrui. Ctere vtloe che mi smerba di avrraie da un atrlo paitnea, pobrabliemtne è csoì, ci dabbomio ressagarne: pramlaio lniuge diverse e tu qeutsa non la voui ipmrarae.
Come promesso, ecco qui la lista dei referenti di giugno 2009, sono cambiate alcune posizioni, qualcuno è scomparso ma soprattutto ci sono ben quattro nuove entrate tra i bloggers che portano maggiori visite e lettori qui su Maninafutura. Ringrazio tutti, “belli e brutti e anche quelli brutti e belli”, per citare gli Skiantos e rendere la classifica maledettamente smorfiosa.
Un ultima cosa, l’elenco che segue non è truccato e non è truccabile per una mia precisa volontà, pertanto ricordo all’amico Amphetamine Anne-dog che, anche se mi offre il drink del venerdì sera io dentro non ce lo metto, deve entrarci per merito.
available in blue
lindalov
maledettamente smorfiosa
mardin
lui e lei attraverso
aurea
delfi
io ho le mie favole e tu la storia tua
ombra
nebularina
- – -
Per capirci:
stabile
nuovo
in salita
in discesa
Probabilmente i più attenti hanno anche notato delle bellissime icone per segnalare il su e il giù. Molto bene, ringrazio anche i più attenti, visto che mi sono fatto un fondo quadro per disegnarle. Ricordo, per dovizia di cronaca, che tutti i siti che leggo e preferisco sono segnalati nel menù che si trova alla destra del blog sotto la voce Preferiti.
Ci siamo strappati le parole di bocca e le abbiamo tirate fuori con le mani, una dopo l’altra. Facevano male, ma la curiosità di leggere quella successiva superava ogni dolore. Ad un certo punto, siamo rimasti senza parole. Le abbiamo raccolte tutte, posate per terra e ricomposte. Avevano nuovi significati e nuovi suoni. L’acqua si poteva bere, i frutti della terra mangiare, non c’erano guerre ed eravamo felici.
I viaggi finiscono, come i sogni quando ci si risveglia. I segni rimangono, quelli lasciati e quelli ricevuti. Apro una parentesi e non la chiudo, per denunciare che il Fausto mi ha costretto tutte le sere con l’inganno a correre per trenta minuti in salita dicendo che alla ventesima curva, poi diventata venticinquesima e infine trentesima, ci saremmo imbattuti in un cespuglio di dolcissime more. Cosa non vera e che tra l’altro ha messo in discussione la sua gamba, vicina all’essere spezzata. Siamo anche stati alla notte bianca in Paese e abbiamo visto i fuochi: tre botti merdosi con un principio d’incendio, prontamente spento a secchiate d’acqua raccolta alla fontana. Alla festa ho rischiato di prenderle da un villeggiante, perchè il Fausto ha il vizio di dire le cose che pensa a voce troppo alta e chi lo sente di incolpare me, fortunatamente sono riuscito a sedare i suoi pugni alzati disorientandolo con le parole, così bene che dopo pareva un agnellino. Infine, ho scoperto dove si trova il cavallo che vola: è finito col filo attorcigliato a un balcone che fa angolo, vicino alla piazza. Da lì non se ne va. Lo abbiamo guardato e abbiamo sorriso: “Ecco dov’è finito il cavallo!” Dopo siamo andati a mangiare un piatto di strozzapreti con la salsiccia, passami il vino grazie.
Preparo la borsa e parto, oggi pomeriggio. Mi piace partire così, all’improvviso. Non mi spaventano i viaggi, anche quando sono lunghi e difficili. Molte volte si trasformano in preludio alla vacanza o vacanza stessa, il viaggio è vacanza. Mi piace soprattutto il treno, che mi permette di leggere e di portarmi avanti con gli arretrati, ho delle pile di libri accanto al letto che sono quasi più alte del comodino da notte. E poi, mi piace scrivere in viaggio, disegnare o quando la compagnia lo permette, scambiare discorsi da viaggio con chi mi siede accanto. Ho parlato in inglese, in francese e anche in spagnolo, ovviamente senza conoscere nessuna delle tre lingue. C’è chi le studia e chi le parla, lo dico sempre, io le parlo. I miei viaggi si trasformano in avventure, accadono cose che farebbero tremare le vene ai polsi a chiunque o divertirebbero da morire anche la persona più triste e malinconica della terra.
Mi piace viaggiare, forse è soltanto una questione di atteggiamento, di predisposizione o di percezione, ma quando viaggio i colori sono più vividi, le voci più incisive, i profumi più intensi e mi sale un forte desiderio di abbracciare il mondo.

Scendi per cercare un digestivo da bere con gli amici e ti trovi catapultato in una situazione che ha del paradossale. Chiudo la porta e mi sento battere una mano sulla spalla. Ti piace di più se ti dico che “questa è una situazione irrazionale” oppure se ti dico che “questa è una situazione surreale”? Beh, insomma. C’è una certa differenza tra le due cose. Nell’irrazionalità la ragione è la grande assente e con lei svanisce anche la logica, mentre nel surreale non si nega propriamente la ragione. Direi che il surreale è più vicino all’incredibile che al folle, è una condizione che si presenta in un evento o in una situazione inattesa, qualcosa che sorprende, però spiegabile.
Entra, non mi piace parlare di certe cose qui sul pianerottolo.
Entriamo, attraversiamo l’ingresso e ci affacciamo. Stiamo riprendendo il discorso, quando entrambi vediamo passare un cavallo marrone a macchie bianche dalla finestra del secondo piano. Ecco, questo è surreale. Un cavallo che vola è surreale. Spiegabile col fatto che il cavallo è di gomma, che è pieno d’elio e che sul fondo della pancia ha un anello con una cordicina che dev’essere sfuggita dalla mano di qualcuno. Vedi? Parlavamo e neanche a farlo apposta mi è arrivato l’esempio dalla finestra. Ora, se quel cavallo al posto di svolazzare in alto nel cielo, avesse spaccato il vetro della finestra con un calcio, avesse versato della benzina sui mobili e sul pavimento e avesse dato fuoco all’appartamento, sarebbe stata certamente un’altra faccenda.
Avrebbe tenuto un comportamento irrazionale in ambito surreale?
A quel punto non ce l’ho più fatta, l’ho spinta fuori dalla finestra.
Comportamento irrazionale in ambito surreale, ma che vuol dire?

Eravamo in palestra alle medie, giusto per inquadrare la situazione. Le flessioni sapevano di gomma e quando ti appoggiavi al pavimento, sulla faccia ti rimaneva stampata la trama del cloruro di polivinile. Quell’odore di verruche e gomma te lo trascinavi nel naso per un paio d’ore, fino alla porta di casa. Ricordo che portavamo tutti una maglietta bianca e dei pantaloni blu Cipputi di cotone elastico o almeno credo fossero elastici, cedevano così tanto che dopo averli lavati ci volevano un paio di bretelle per portarli. Vestiti allo stesso modo, in piedi o piegati, facevamo sforzi sovrumani con un unico desiderio: i quindici minuti di pallone concessi alla fine. Alla fine il momento arriva sempre. Prendo la palla tra le mani, non quella leggera, quella medica piena di sabbia. Credo pesasse cinque chili o qualcosa del genere. “Prendi”, gli dico. Non fa a tempo a girarsi del tutto che gliela lancio, così forte da stenderlo a terra. Da quel momento sono stati dolori. Ripresi i sensi, mi ha inseguito per venti minuti di corsa fuori dalla palestra, poi l’ho seminato. Era l’ultima ora di lezione delle medie, non l’ho mai più incontrato. Ancora oggi non me la sento di chiedergli scusa, sebbene mi abbia regalato uno dei momenti di vita scolastica più emozionanti.
Mi è venuta voglia di scrivere uno di quei post che capisco solo molto tempo dopo, uno di quei post a tempo. Certe volte capita di iniziare a scrivere senza sapere con precisione ciò che si sta per scrivere. Forse non ti succede, ma è un po’ come aprire un libro di cui non conosci ancora la trama, di cui non hai letto la quarta di copertina e che nessuno ti ha raccontato. Ti attrae. Assapori il titolo, la composizione, il colore, la dimensione. Così, ti avvicini e incominci a mangiarlo. Rapito per caso, come una voce ammiccante che passa alle tue spalle di paura e desiderio e lo sfioro consapevole di una mano leggera sulla pelle in una stanza di luce. Le dita incominciano a muoversi per conto proprio e producono contenuti, attraversando la tastiera da una parte all’altra, veloci. Ogni volta mi stupisco e mi stupiscono. Ho la vaga idea che le mie dita pensino in proprio e abbiano trovato così il modo di comunicarmi ciò che sognano e immaginano, con tutte le lettere che pigiano in questa tastiera elettrica.
Earnest ha visto un tubo
Earnest è entrato nel tubo
Earnest non ha capito il tubo
Earnest non è più uscito dal tubo.
Sono andato a votare in bicicletta, con la bicicletta gialla che ho finito di mettere a punto qualche giorno fa. Un controllo ai freni a bacchetta, gomme e camere d’aria nuove, una pompa nera di zecca, l’ho tirata a lucido che sembra uscita dal negozio, se solo la fabbricassero ancora. Manca il campanello e devo controllare che la luce posteriore funzioni. L’ho posteggiata vicino al portone d’ingresso al seggio, accanto alla bicicletta c’era una Ferrari gialla, dello stesso colore. Ci siamo guardati negli occhi in un mezzogiorno di fuoco, sono entrato e ho votato contro il regime.