Un inizio

Era sul mare e le case erano piccole e bianche. Case di pescatori, modeste abitazioni disegnate dalla vita. Poi c’erano i colori dei frutti, gli aromi delle piante e i bambini che correvano lungo i viottoli in salita, quelli che dal mare portano al paese. Oltre, solo le colline e un’ostile quanto spontanea vegetazione. Volevo accostare le finestre, in cerca di un silenzio che non avevo, ma la carne si strappava e la pelle pungeva. Le sere erano lunghe e il caldo entrava nei respiri, solo la musica della notte avrebbe potuto cullare i pensieri più distanti.

La festa della donna

Non basta regalare un fiore giallo per lavare queste coscienze incrostate di prevaricazioni e maschilismi. Ci sono ancora troppe discriminazioni nel nostro Paese, troppe cose che non vanno e situazioni in cui la donna è costretta o emarginata. Basta osservare i ruoli politici di scarsa rilevanza che sono stati assegnati alle donne in Parlamento e alla loro presenza numerica, in Italia siamo sull’ordine del quindici per cento, a voler essere ottimisti, oppure basta girarsi e guardare tutte quelle situazioni in cui le donne sono ridotte ad oggetto sessuale o a merce di scambio tra politici, mafiosi e imprenditori rampanti. Diamo fastidio, siamo considerate degli ostacoli al potere. Strappiamo dalla testa di questi rincoglioniti la cultura di stupro e discriminazione, incominciamo dalle piccole cose, non ricordiamoci dei diritti delle donne solo in questa occasione e non riduciamo ad un semplice fatto commerciale una ricorrenza così importante. Urliamo, ribelliamoci, facciamo sentire la nostra voce.

Vi amo.

Questo post ha la data sbagliata.

Pensieri col rifrullo

Singhiozzo sommesso, piangevi.
A vederle lì sul tuo viso, parevano piccole gocce di rugiada nel mese di giugno. Ti ho stretta forte a me. Io lo credevo un abbraccio fraterno quello, tu mi hai infilato una decina di centimetri di lingua nella bocca e hai affondato, attaccando col rifrullo 1. Neanche alle medie una cosa del genere, per staccarti ho dovuto far leva coi piedi sullo stipite della porta. “Dai”, mi hai detto, “rimaniamo amici”. “D’accordo, per me va bene”.

  1. Per approfondire l’argomento, qui trovi una piccola selezione di baci possibili, lei lo chiama a “mulinello”, ma io preferisco chiamarlo “bacio col rifrullo” <–

La regola dei boschi

Penso che continuerò a salutare chi incontro e a spostarmi per fare passare le persone che camminano sul marciapiede quando hanno degli oggetti ingombranti tra le mani o semplicemente camminano in coppia. Continuerò a farlo, anche se chi incontro non sempre lo fa.

Amo il mare e mi piace andar per boschi, ma in entrambi i casi ho bisogno di pormi degli obiettivi. Devo avere qualcosa per cui valga la pena di nuotare per un miglio o che mi porti a camminare per otto ore di seguito. Sarei capace di nuotare da Manarola a Riomaggiore, circa un chilometro e trecento metri di bracciate a stile libero, ma solo per andare a mangiare pesce e bere Vermentino al ristorante la Lanterna. Sarei capace di andare a piedi da Cortina d’Ampezzo fino a Dobbiaco, circa sette ore di camminata, con lo zaino, gli scarponi e le calze di lana, solo per sentir parlare in dialetto austriaco qualche Signorina vestita in costume tradizionale pusterese mentre giro in bocca dei bicchierini di grappa al mirtillo e ammiro le Tre Cime di Lavaredo.

In montagna, la regola non scritta, è che quando ci si incontra in un bosco ci si saluta, più o meno la stessa cosa che accade tra i motociclisti sulla strada o i velisti in mare. In strada, in città, camminando lungo il marciapiede, adotto la stessa regola di cortesia e di buon comportamento. Saluto, mi scanso per far passare, ringrazio e cose di questo tipo. Mi sono accorto però, col passare del tempo, che non tutti adottano queste piccole regole di cortesia civile.

A questo punto mi chiedo, fino ad ora ti è andata bene perché hai incontrato uno come me che ti ha fatto sempre passare, che è stato gentile, ma se un giorno ti capita davanti uno alto, grosso come un armadio e anche un po’ cattivo che non ha la benchè minima intenzione di scansarsi per farti passare, tu, brutto stronzo di merda maleducato e incivile, ti girerai un pochino di lato e stringerai il tuo culo per farlo proseguire lungo il marciapiede che stai percorrendo?

Che cosse’ l’amor?

L’amore è la proiezione mentale e fisica di ritorno di un bisogno personale e intimo.

Martedì grasso, sedici febbraio

Questa mattina il Signor Grondone è passato a prendermi con la sua macchina verde a tre porte e siamo scesi al paese sotto. C’era ancora il ghiaccio sulla strada e la neve lungo i bordi, ma quello non andava giù mica tanto per il sottile, è uno che taglia le curve e ad ogni tornante ti fa provare l’ebrezza dell’ultimo istante di vita. Io non ci volevo andare, ma il Fausto ha insistito. Si è messo in testa che quest’anno per martedì grasso ci dobbiamo vestire assolutamente in costume, non lo abbiamo mai fatto prima. Così, tira di qua e molla di la, alla fine a fare i lavori sporchi ci finisco sempre io: mi sono alzato all’alba quando invece potevo dormire.

Arrivati al paese sotto, quelli del mercato stavano ancora montando i banchi e sistemando i teloni. Saluta uno e saluta un altro, siamo finiti al caffè. Il Signor Grondone non è uno che dà il buon esempio al bar. Con la scusa che conosce tutti, finisce sempre per offrire e farsi offrire, scivolando inevitabilmente in un giro d’alcool e aperitivi da salto del fegato.

Mi sono limitato a bere un caffè, ha insistito che lo correggessi con la grappa, ma mi sono rifiutato. Porco mondo, sono solo le sette e mezza del mattino! Il sole va tirato su a calci a quest’ora e al massimo riesco a buttar giù nello stomaco una spremuta d’arancio o del caffè. Certo, con il mio no gli ho cambiato l’umore. Sta cosa che non ho corretto il caffè quando me lo ha chiesto, lo ha fatto risvegliare col piede sbagliato. Fa niente, se una cosa mi sta in gola non la faccio, anche a costo di andare fuori moda. Che poi io sono sempre fuori moda: non è che la seguo, la anticipo.

Verso le otto c’era più luce, ma il nostro fiato si raggelava ancora a pochi centimetri dalle bocche. “Fai il tuo giro, ci vediamo più tardi” e me ne sono andato. Metto una mano in tasca, cerco bene e tiro fuori il foglietto con l’appunto che mi ha lasciato il Fausto. Due scarabocchi a spirale, una macchia d’inchiostro, un indirizzo e un nome. È poco distante, i costumi sono pronti già da ieri sera. Suono, ritiro il pacco e me ne torno in piazza, dove trovo il Signor Grondone ad attendermi.

Ha comperato le esche, ne stringe un sacchetto tra le mani, è un patito della pesca. “Passo a ritirare la focaccia” dice, “e poi si riparte”. Mentre percorriamo la strada del ritorno a trenta all’ora, ogni tanto si ferma, apre la portiera della macchina prende del pane secco da una busta e lo sparge. Lo fa perché in inverno con la neve e col gelo gli animali del bosco trovano il cibo molto più difficilmente. Il Signor Grondone ha un cuore, solo che lo nasconde molto bene.

Avrei voglia di scartare il pacco con i costumi e vedere quale diavoleria si è inventato il Fausto questa volta, ma gli ho promesso che lo avrei aspettato per scartarlo e così mi tengo la curiosità. Verso le quindici sento uno che chiama forte dalla strada, è il Fausto. “Dai sali che se ti muovi riesci a prendere il caffè”, gli dico dalla finestra. Lui oltrepassa la soglia, non faccio a tempo a dirgli come va che subito mi chiede: “Hai ritirato il pacco?” “Certo che l’ho ritirato! Eccolo lì” e indico sulla madia quel grosso pacco, confezionato con carta da pacco e con qualche pezzetto di nastro adesivo marrone che si adopera per i pacchi. A guardarlo non ci sono dubbi: è un pacco.

Non ho fatto a tempo a retrarre il dito che, con quelle due mani grosse che si ritrova, in pochi secondi aveva già scartato tutto. “Ma no, questo no. Io non me la metto una cosa del genere”. Ha tirato fuori dalla carta due vestiti da coniglio integrali, con tanto di orecchie rosa e coda a batuffolo sul dietro. “Ma te sei pazzo. No, no, io non me la metto quella roba lì”. Alle diciassette in punto eravamo giù in piazza a festeggiare e il costume non ce lo siamo tolto per tutta la sera.

Siamo andati tutto il tempo in giro vestiti da conigli, stringendo ognuno un fucile sotto braccio, questa è stata l’unica licenza che mi ha concesso.“Sai Fausto, pensavo, visto che dobbiamo fare una pagliacciata di tale portata, almeno facciamola che abbia un senso. Prendiamo un paio di fucili e portiamoli con noi, da tenere a braccetto. Il messaggio che voglio mandare è questo: se i conigli e gli animali andassero in giro armati nel bosco si combatterebbe ad armi pari e probabilmente i cacciatori non si avventurerebbero tanto allegramente tra le fronde per ucciderli”.

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Anch’io voglio la schiuma : 6 Marzo 2010

Anch'io voglio la schiuma

Sarà da sei mesi che se ne parla, ora è arrivato il momento di passare ai fatti: la data è decisa e la sete presto sarà appagata. La scelta si è concretizzata su un’eccellenza italiana, un birrificio di fama internazionale, premiato dall’Associazione culturale Unionbirrai come “Birrificio dell’anno 2008”, nel 2009 non sono stati istituiti premi, un luogo dove nascono alcune delle migliori birre che siano mai state prodotte sul pianeta: il Birrificio Baladin.

Da questo preciso momento e inderogabilmente entro il 1 marzo 2010, sono aperte le iscrizioni ad “Anch’io voglio la schiuma”, la festa più schiumosa della blogosfera! L’evento mondano si svolgerà sabato 6 marzo 2010, alle ore 19:00, nel Birrificio Baladin in Piazza 5 Luglio n.5 a Piozzo (CN)

Per partecipare non saranno sufficienti dimostrazioni d’affetto e ammiccamenti lascivi nei commenti, per quanto siano comunque graditi e bene accetti, ma occorrerà necessariamente prendere la tastiera tra le dita e scrivere una semplice e-mail da inviare all’indirizzo maninafutura@gmail.com recante in oggetto “Anch’io voglio la schiuma!”, il contenuto del messaggio è a vostra discrezione. Il contatto è necessario per ricevere approfondimenti e informazioni aggiuntive sulla festa, se ci saranno.

Il 6 marzo 1970 il sospetto omicida Charles Manson pubblica un album intitolato “Lies” per finanziare la sua difesa, il 6 marzo 1975 in Italia la maggiore età viene abbassata da 21 a 18 anni e sempre il 6 marzo, ma del 1984, inizia lo sciopero dell’industria britannica del carbone che durerà per dodici mesi.

Il 6 Marzo 2010 un manipolo di amici farà la storia con la schiuma sulle labbra, ci sarai anche tu?

Quasi mi dimenticavo, se vuoi promuovere l’iniziativa sul tuo blog, usa uno dei banners che trovi di seguito e metti un link che rimanda a questo post.  Se vuoi fare le cose facili, preleva direttamente il codice da incollare nelle tue pagine copiandolo da qui.

Anch'io voglio la schiuma Logo pinta: 180 x 94 pixel, circa 473 millilitri
Anch'io voglio la schiuma Logo mezza pinta : 100 x 52 pixel, circa 236 millilitri

Non c’è problema

Avrei voluto parlare della rivoluzione popolare, anche di quella armata, del fatto che i comunisti non esistono più, ma i fascisti godono di ottima salute, della Lega Nord e del livello culturale di chi la vota e ne fa parte, delle speculazioni in borsa, della legge della domanda e dell’offerta, della democrazia malata, di chi viene eletto a maggioranza ma nei numeri rappresenta solo la minoranza dei votanti, della privatizzazione dell’acqua e delle conseguenze che ha lo stupro di un diritto fondamentale, di una classe politica Robin Hood al contrario che ruba ai poveri per donare ai ricchi, della Chiesa e dei preti che dall’alto del loro pulpito predicano bene ma razzolano molto male, di un Dio che si è fatto strumento indispensabile per imporre la volontà di pochi sui molti, delle guerre per l’oro, i diamanti, il petrolio e di un Presidente del Consiglio che definisce la “guerra giusta” quando i morti che fa la guerra, ogni guerra, non sono mai giusti.

Parlerei delle centrali nucleari e dei centomila anni tondi che occorrono perché le scorie radioattive siano smaltite, del ponte sullo stretto di Messina che non risolverà l’imbottigliamento della Salerno Reggio Calabria né le disastrose comunicazioni ferroviarie in Sicilia, degli operai senza lavoro che protestano sui tetti per dare un po’ di visibilità alla profonda disperazione, dei mezzi d’informazione che si auto censurano per non dare fastidio ai potenti, della lenta ma graduale prevaricazione della televisione privata sulla televisione di Stato e di un monopolio privato che sta divorando un’informazione stanca e sottomessa, di tutte quelle persone ancora senza una casa, in attesa, sfrattate, rovinate da mutui che non riescono più a pagare, delle banche, delle agevolazioni statali alle banche, della mancanza di controlli da parte dello Stato sulle cose pubbliche, della lotta alla Mafia, alla Camorra, alla Ndràngheta fatta meticolosamente a macchia di leopardo, per non disturbare i grandi interessi dei grandi elettori e perché ogni voto in fondo è un pezzetto di potere che noi diamo, più o meno consapevolmente, a una banda di sciacalli.

Avrei voluto parlare, ma non lo faccio. Va tutto bene, la crisi è finita, mangiamo la pizza, guardiamo le veline e andiamo in pace.

Caro vita ti scrivo

- Ho letto che il prezzo della benzina è di nuovo aumentato.
- Tanto a me non importa. Io faccio sempre venti euro.

Buon viaggio

Bene, ho metabolizzato. A distanza di più di un mese, sento che posso raccontare del mio ultimo viaggio in treno con una visione e un sentimento più distaccati, senza farmi prendere lo stomaco da emozioni di rabbia o farmi assalire da un sano desiderio di vendetta.

Partenza alle sette di mattina. Colazione calda con un cornetto, un cappuccino e una spremuta. Le vitamine fanno bene, sopratutto in inverno. Infilo i panini nella busta e mi procuro una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo che porterò a mano per un po’ di tempo e poi spingerò a fatica nello zaino pieno di camice e maglioni caldi.

Strada ghiacciata e fiocchi di neve che scendono a bizzeffe accompagnano la macchina durante il tragitto abitazione-stazione. Ma tutta questa neve, non potrebbe essere intelligente? C’è il semaforo intelligente, la macchina intelligente, il computer intelligente. L’unica ad esser scema è la neve. Potrebbe fare anche lei il grande passo e incominciare a cadere dappertutto fuorché sulle strade. É così bella da vedere la neve quando te ne stai in poltrona a leggere e ogni tanto la osservi cadere, attraverso la finestra. Mi piace anche quel sonoro crunc crunc che fa quando ci cammini sopra di mattina, in tutta la sua purezza, ed è ancora incontaminata e bianca.

Neve a parte, arrivo alla stazione. Mi informo sui ritardi e salgo sul primo treno disponibile. Due ore e mezza di viaggio per un tragitto che normalmente si percorre con un’ora d’auto. Ero preparato. Sul treno mi sono portato da leggere, da scrivere e in borsa devo aver anche messo una barretta di cioccolato, per far fronte ai tempi duri, sicuro che ci sarebbero stati.

Giunto alla stazione della vicina provincia mi son messo comodo, in modo da poter tenere d’occhio il tabellone dei ritardi. Quaranta o cinquanta minuti erano la regola. Qualcuno, anche con quattro o cinque ore di ritardo e qualcun altro non sarebbe mai arrivato.

La cosa che ti apre gli occhi su quanto le Ferrovie dello Stato siano governate da incapaci è il semplice fatto che alcuni dei treni in ritardo partivano già in ritardo. Non occorre essere degli scienziati per capire che se un treno parte in ritardo avrà più probabilità di arrivare in ritardo, ma è così che funziona. Il treno con prenotazione arriva in stazione con un ora di ritardo, tutto sommato un buon tempo rispetto alla media, e con quattro carrozze senza riscaldamento: io ero su una di quelle.

Mentre cerco il posto prenotato, mi accorgo che i passeggeri sono tutti coperti da cappotti pesanti, guanti e sciarpe fino alla bocca. Rannicchiati, pallidi, alcuni sembrano in preghiera. Avevano sguardi rassegnati, persi, in attesa di notizie: temevano la degenerazione che poi nei fatti c’è stata.

Il treno arriva alla Stazione Centrale con due ore e mezza di ritardo. Anche qui, tempi nella media. In fondo ai binari mi immetto in una folla di persone in attesa, tutti con gli occhi rivolti verso l’alto a seguire gli andamenti sui tabelloni. Erano tutti irrequieti e agitati, mi pareva d’essere all’apertura della Borsa di Wall Street.

Non ho mai visto così tanta gente infreddolita, demotivata e rassegnata. Il treno che devo prendere io, non è ancora arrivato. Ad un certo punto si sente una voce che restituisce un filo di speranza a tutti quei viaggiatori che, come me, sono diretti a casa: “Probabilmente arriva il treno precedente con tre ore di ritardo”. Dopo mezz’ora, dall’altoparlante si sente dire che il treno è in attesa di partire al binario numero due, le persone si spostano in massa. Le persone che sarebbero dovute salire sui tre o quattro treni precedenti che non sono mai arrivati, quelle che avevano un regolare biglietto, con una regolare prenotazione.

Dopo una mezz’ora di attesa si aprono le porte, non tutte però, perchè un terzo delle porte è guasto. Ordinatamente, entriamo. Prendiamo posto e per la maggior parte ci sitemiamo in piedi. I passeggeri sono il doppio, forse anche il triplo di quelli che dovrebbero essere. Le facce sono schiacciate contro i finestrini, il grasso delle pance si tocca, i capelli ti finiscono inevitabilmente in faccia, le borse sbattono contro le caviglie e quasi ti manca il respiro. Siamo pressati in quei vagoni come dei maiali diretti al macello, però con un regolare biglietto.

Anche su questo treno non c’è il riscaldamento, mi sarei stupito del contrario. Poi, squilla il telefono. Cerco a fatica nella tasca e rispondo. “Ciao come va?” “Così così. Sono in Stazione Centrale, in un vagone di un treno, schiacciato come una sardina sotto sale e al freddo. Sto cercando di capire quando partirà e se partirà”. “Davvero? Io sono in città, non sono ancora partita. Se scendi da lì, prendi un mezzo e mi vieni incontro, possiamo fare il viaggio insieme.

Non aveva ancora finito la frase che ero saltato giù dal treno, striscio il biglietto e le vado in contro. Il viaggio in auto nella tempesta di neve mi mancava, ma è stato piacevole. Ho sbucciato mandarini, che fanno tanto vacanze invernali, mentre si chiacchierava al caldo e lentamente le dita dei piedi riprendevano a muoversi. Arrivo alle nove di sera.

Il giorno dopo ho saputo che quel treno su cui ero salito non è mai partito. Il problema ufficiale, a parte l’impianto elettrico e il riscaldamento guasti, è stato imputato al ghiaccio. Ascoltavo e mi domandavo: ma in Norvegia e in Finlandia i treni viaggiano solo in estate? No, funzionano sempre, anche a temperature inferiori ai trenta gradi sotto zero e con più di quindici centimetri di neve. I treni finlandesi, dai tre ai cinque giorni all’anno, quando le temperature sono veramente estreme e la neve è molto alta, su tratte di ottocento, mille chilometri, possono arrivare ad accumulare dei ritardi fino a cinque minuti. Qui da noi, in qualunque stagione e fino a ventinove minuti di ritardo non ti rimborsano neanche il biglietto: lo considerano normale, è la regola.

Per completezza, riporto l’elenco dei Presidenti di Ferrovie dello Stato che negli ultimi venti anni sono stati capaci di trascinare le ferrovie italiane nella condizione attuale.

Lorenzo Necci (1989-1996)
Giancarlo Cimoli (1996-1998)
Claudio Dematté (1998-2001)
Giancarlo Cimoli (2001-2004)
Elio Catania (2004-2006)
Innocenzo Cipolletta (dal 2006)

Sono economisti, professori e managers le persone che hanno sapientemente creato il vertiginoso buco economico e tutti i disservizi con cui ora chi viaggia si trova a lottare quotidianamente. Sono gli specialisti del rischio zero, a patto che i soldi siano quelli degli altri.

Biglietti di primavera
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