Non sono il tipo da sveltina sul tavolo
Ci sono volte che a mangiare mi capita d’esser solo. Niente panini però. Cucino, spadello, faccio saltar frittate, inforno pesci in crosta di sale, impasto pane al rosmarino, rosolo arrosti tenerissimi, mesco vino profumato e cose del genere. Non sempre, ma ultimamente un po’ di più. Anche se non sono in compagnia, dedico il tempo necessario ad apparecchiare la tavola secondo i canoni. Dispongo i piatti, le forchette, i coltelli, il cucchiaio grande e quello da dolce. I bicchieri al loro posto e il tovagliolo piegato bene. La bottiglia di bianco per il pesce o quella di rosso per la carne. Oggi ho superato me stesso, ad un certo punto ho sentito dire “buon appetito”. Ho girato la testa per capire da dove arrivasse l’augurio ed ero io. Mi è piaciuto, ho deciso che manterrò quest’abitudine.
Un inizio
Era sul mare e le case erano piccole e bianche. Case di pescatori, modeste abitazioni disegnate dalla vita. Poi c’erano i colori dei frutti, gli aromi delle piante e i bambini che correvano lungo i viottoli in salita, quelli che dal mare portano al paese. Oltre, solo le colline e un’ostile quanto spontanea vegetazione. Volevo accostare le finestre, in cerca di un silenzio che non avevo, ma la carne si strappava e la pelle pungeva. Le sere erano lunghe e il caldo entrava nei respiri, solo la musica della notte avrebbe potuto cullare i pensieri più distanti.
La festa della donna
Non basta regalare un fiore giallo per lavare queste coscienze incrostate di prevaricazioni e maschilismi. Ci sono ancora troppe discriminazioni nel nostro Paese, troppe cose che non vanno e situazioni in cui la donna è costretta o emarginata. Basta osservare i ruoli politici di scarsa rilevanza che sono stati assegnati alle donne in Parlamento e alla loro presenza numerica, in Italia siamo sull’ordine del quindici per cento, a voler essere ottimisti, oppure basta girarsi e guardare tutte quelle situazioni in cui le donne sono ridotte ad oggetto sessuale o a merce di scambio tra politici, mafiosi e imprenditori rampanti. Diamo fastidio, siamo considerate degli ostacoli al potere. Strappiamo dalla testa di questi rincoglioniti la cultura di stupro e discriminazione, incominciamo dalle piccole cose, non ricordiamoci dei diritti delle donne solo in questa occasione e non riduciamo ad un semplice fatto commerciale una ricorrenza così importante. Urliamo, ribelliamoci, facciamo sentire la nostra voce.
Vi amo.
Questo post ha la data sbagliata.
Pensieri col rifrullo
Singhiozzo sommesso, piangevi.
A vederle lì sul tuo viso, parevano piccole gocce di rugiada nel mese di giugno. Ti ho stretta forte a me. Io lo credevo un abbraccio fraterno quello, tu mi hai infilato una decina di centimetri di lingua nella bocca e hai affondato, attaccando col rifrullo 1. Neanche alle medie una cosa del genere, per staccarti ho dovuto far leva coi piedi sullo stipite della porta. “Dai”, mi hai detto, “rimaniamo amici”. “D’accordo, per me va bene”.
La regola dei boschi
Penso che continuerò a salutare chi incontro e a spostarmi per fare passare le persone che camminano sul marciapiede quando hanno degli oggetti ingombranti tra le mani o semplicemente camminano in coppia. Continuerò a farlo, anche se chi incontro non sempre lo fa.
Amo il mare e mi piace andar per boschi, ma in entrambi i casi ho bisogno di pormi degli obiettivi. Devo avere qualcosa per cui valga la pena di nuotare per un miglio o che mi porti a camminare per otto ore di seguito. Sarei capace di nuotare da Manarola a Riomaggiore, circa un chilometro e trecento metri di bracciate a stile libero, ma solo per andare a mangiare pesce e bere Vermentino al ristorante la Lanterna. Sarei capace di andare a piedi da Cortina d’Ampezzo fino a Dobbiaco, circa sette ore di camminata, con lo zaino, gli scarponi e le calze di lana, solo per sentir parlare in dialetto austriaco qualche Signorina vestita in costume tradizionale pusterese mentre giro in bocca dei bicchierini di grappa al mirtillo e ammiro le Tre Cime di Lavaredo.
In montagna, la regola non scritta, è che quando ci si incontra in un bosco ci si saluta, più o meno la stessa cosa che accade tra i motociclisti sulla strada o i velisti in mare. In strada, in città, camminando lungo il marciapiede, adotto la stessa regola di cortesia e di buon comportamento. Saluto, mi scanso per far passare, ringrazio e cose di questo tipo. Mi sono accorto però, col passare del tempo, che non tutti adottano queste piccole regole di cortesia civile.
A questo punto mi chiedo, fino ad ora ti è andata bene perché hai incontrato uno come me che ti ha fatto sempre passare, che è stato gentile, ma se un giorno ti capita davanti uno alto, grosso come un armadio e anche un po’ cattivo che non ha la benchè minima intenzione di scansarsi per farti passare, tu, brutto stronzo di merda maleducato e incivile, ti girerai un pochino di lato e stringerai il tuo culo per farlo proseguire lungo il marciapiede che stai percorrendo?
Che cosse’ l’amor?
L’amore è la proiezione mentale e fisica di ritorno di un bisogno personale e intimo.
Martedì grasso, sedici febbraio
Questa mattina il Signor Grondone è passato a prendermi con la sua macchina verde a tre porte e siamo scesi al paese sotto. C’era ancora il ghiaccio sulla strada e la neve lungo i bordi, ma quello non andava giù mica tanto per il sottile, è uno che taglia le curve e ad ogni tornante ti fa provare l’ebrezza dell’ultimo istante di vita. Io non ci volevo andare, ma il Fausto ha insistito. Si è messo in testa che quest’anno per martedì grasso ci dobbiamo vestire assolutamente in costume, non lo abbiamo mai fatto prima. Così, tira di qua e molla di la, alla fine a fare i lavori sporchi ci finisco sempre io: mi sono alzato all’alba quando invece potevo dormire.
Arrivati al paese sotto, quelli del mercato stavano ancora montando i banchi e sistemando i teloni. Saluta uno e saluta un altro, siamo finiti al caffè. Il Signor Grondone non è uno che dà il buon esempio al bar. Con la scusa che conosce tutti, finisce sempre per offrire e farsi offrire, scivolando inevitabilmente in un giro d’alcool e aperitivi da salto del fegato.
Mi sono limitato a bere un caffè, ha insistito che lo correggessi con la grappa, ma mi sono rifiutato. Porco mondo, sono solo le sette e mezza del mattino! Il sole va tirato su a calci a quest’ora e al massimo riesco a buttar giù nello stomaco una spremuta d’arancio o del caffè. Certo, con il mio no gli ho cambiato l’umore. Sta cosa che non ho corretto il caffè quando me lo ha chiesto, lo ha fatto risvegliare col piede sbagliato. Fa niente, se una cosa mi sta in gola non la faccio, anche a costo di andare fuori moda. Che poi io sono sempre fuori moda: non è che la seguo, la anticipo.
Verso le otto c’era più luce, ma il nostro fiato si raggelava ancora a pochi centimetri dalle bocche. “Fai il tuo giro, ci vediamo più tardi” e me ne sono andato. Metto una mano in tasca, cerco bene e tiro fuori il foglietto con l’appunto che mi ha lasciato il Fausto. Due scarabocchi a spirale, una macchia d’inchiostro, un indirizzo e un nome. È poco distante, i costumi sono pronti già da ieri sera. Suono, ritiro il pacco e me ne torno in piazza, dove trovo il Signor Grondone ad attendermi.
Ha comperato le esche, ne stringe un sacchetto tra le mani, è un patito della pesca. “Passo a ritirare la focaccia” dice, “e poi si riparte”. Mentre percorriamo la strada del ritorno a trenta all’ora, ogni tanto si ferma, apre la portiera della macchina prende del pane secco da una busta e lo sparge. Lo fa perché in inverno con la neve e col gelo gli animali del bosco trovano il cibo molto più difficilmente. Il Signor Grondone ha un cuore, solo che lo nasconde molto bene.
Avrei voglia di scartare il pacco con i costumi e vedere quale diavoleria si è inventato il Fausto questa volta, ma gli ho promesso che lo avrei aspettato per scartarlo e così mi tengo la curiosità. Verso le quindici sento uno che chiama forte dalla strada, è il Fausto. “Dai sali che se ti muovi riesci a prendere il caffè”, gli dico dalla finestra. Lui oltrepassa la soglia, non faccio a tempo a dirgli come va che subito mi chiede: “Hai ritirato il pacco?” “Certo che l’ho ritirato! Eccolo lì” e indico sulla madia quel grosso pacco, confezionato con carta da pacco e con qualche pezzetto di nastro adesivo marrone che si adopera per i pacchi. A guardarlo non ci sono dubbi: è un pacco.
Non ho fatto a tempo a retrarre il dito che, con quelle due mani grosse che si ritrova, in pochi secondi aveva già scartato tutto. “Ma no, questo no. Io non me la metto una cosa del genere”. Ha tirato fuori dalla carta due vestiti da coniglio integrali, con tanto di orecchie rosa e coda a batuffolo sul dietro. “Ma te sei pazzo. No, no, io non me la metto quella roba lì”. Alle diciassette in punto eravamo giù in piazza a festeggiare e il costume non ce lo siamo tolto per tutta la sera.
Siamo andati tutto il tempo in giro vestiti da conigli, stringendo ognuno un fucile sotto braccio, questa è stata l’unica licenza che mi ha concesso.“Sai Fausto, pensavo, visto che dobbiamo fare una pagliacciata di tale portata, almeno facciamola che abbia un senso. Prendiamo un paio di fucili e portiamoli con noi, da tenere a braccetto. Il messaggio che voglio mandare è questo: se i conigli e gli animali andassero in giro armati nel bosco si combatterebbe ad armi pari e probabilmente i cacciatori non si avventurerebbero tanto allegramente tra le fronde per ucciderli”.
Anch’io voglio la schiuma : 6 Marzo 2010
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Sarà da sei mesi che se ne parla, ora è arrivato il momento di passare ai fatti: la data è decisa e la sete presto sarà appagata. La scelta si è concretizzata su un’eccellenza italiana, un birrificio di fama internazionale, premiato dall’Associazione culturale Unionbirrai come “Birrificio dell’anno 2008”, nel 2009 non sono stati istituiti premi, un luogo dove nascono alcune delle migliori birre che siano mai state prodotte sul pianeta: il Birrificio Baladin.
Da questo preciso momento e inderogabilmente entro il 1 marzo 2010, sono aperte le iscrizioni ad “Anch’io voglio la schiuma”, la festa più schiumosa della blogosfera! L’evento mondano si svolgerà sabato 6 marzo 2010, alle ore 19:00, nel Birrificio Baladin in Piazza 5 Luglio n.5 a Piozzo (CN)
Per partecipare non saranno sufficienti dimostrazioni d’affetto e ammiccamenti lascivi nei commenti, per quanto siano comunque graditi e bene accetti, ma occorrerà necessariamente prendere la tastiera tra le dita e scrivere una semplice e-mail da inviare all’indirizzo maninafutura@gmail.com recante in oggetto “Anch’io voglio la schiuma!”, il contenuto del messaggio è a vostra discrezione. Il contatto è necessario per ricevere approfondimenti e informazioni aggiuntive sulla festa, se ci saranno.
Il 6 marzo 1970 il sospetto omicida Charles Manson pubblica un album intitolato “Lies” per finanziare la sua difesa, il 6 marzo 1975 in Italia la maggiore età viene abbassata da 21 a 18 anni e sempre il 6 marzo, ma del 1984, inizia lo sciopero dell’industria britannica del carbone che durerà per dodici mesi.
Il 6 Marzo 2010 un manipolo di amici farà la storia con la schiuma sulle labbra, ci sarai anche tu?
Quasi mi dimenticavo, se vuoi promuovere l’iniziativa sul tuo blog, usa uno dei banners che trovi di seguito e metti un link che rimanda a questo post. Se vuoi fare le cose facili, preleva direttamente il codice da incollare nelle tue pagine copiandolo da qui.
Logo pinta: 180 x 94 pixel, circa 473 millilitri
Logo mezza pinta : 100 x 52 pixel, circa 236 millilitri
Non c’è problema
Avrei voluto parlare della rivoluzione popolare, anche di quella armata, del fatto che i comunisti non esistono più, ma i fascisti godono di ottima salute, della Lega Nord e del livello culturale di chi la vota e ne fa parte, delle speculazioni in borsa, della legge della domanda e dell’offerta, della democrazia malata, di chi viene eletto a maggioranza ma nei numeri rappresenta solo la minoranza dei votanti, della privatizzazione dell’acqua e delle conseguenze che ha lo stupro di un diritto fondamentale, di una classe politica Robin Hood al contrario che ruba ai poveri per donare ai ricchi, della Chiesa e dei preti che dall’alto del loro pulpito predicano bene ma razzolano molto male, di un Dio che si è fatto strumento indispensabile per imporre la volontà di pochi sui molti, delle guerre per l’oro, i diamanti, il petrolio e di un Presidente del Consiglio che definisce la “guerra giusta” quando i morti che fa la guerra, ogni guerra, non sono mai giusti.
Parlerei delle centrali nucleari e dei centomila anni tondi che occorrono perché le scorie radioattive siano smaltite, del ponte sullo stretto di Messina che non risolverà l’imbottigliamento della Salerno Reggio Calabria né le disastrose comunicazioni ferroviarie in Sicilia, degli operai senza lavoro che protestano sui tetti per dare un po’ di visibilità alla profonda disperazione, dei mezzi d’informazione che si auto censurano per non dare fastidio ai potenti, della lenta ma graduale prevaricazione della televisione privata sulla televisione di Stato e di un monopolio privato che sta divorando un’informazione stanca e sottomessa, di tutte quelle persone ancora senza una casa, in attesa, sfrattate, rovinate da mutui che non riescono più a pagare, delle banche, delle agevolazioni statali alle banche, della mancanza di controlli da parte dello Stato sulle cose pubbliche, della lotta alla Mafia, alla Camorra, alla Ndràngheta fatta meticolosamente a macchia di leopardo, per non disturbare i grandi interessi dei grandi elettori e perché ogni voto in fondo è un pezzetto di potere che noi diamo, più o meno consapevolmente, a una banda di sciacalli.
Avrei voluto parlare, ma non lo faccio. Va tutto bene, la crisi è finita, mangiamo la pizza, guardiamo le veline e andiamo in pace.






